Nel 1940 fu il primo incontro con mia moglie Iole nella piazzetta di San Lorenzo, fu un incontro solo da bambini, lei era con sua sorella più grande ed io ero con i miei amici, lei aveva solo sei anni ed io ne avevo dieci. Col passare del tempo a mano a mano che noi si cresceva ogni tanto ci si rincontrava: una volta a qualche festicciola di campagna, una volta a pascolare le pecore nei boschi, una volta alla messa di San Lorenzo, una volta a cercare i funghi alla Montanina. Mano a mano che si cresceva prendeva sempre più campo la nostra amicizia fino a che nel 1948 ci fidanzammo ma non in casa, ma sempre di fuori, il fidanzamento si prolungo per dodici anni e fu cosi lungo perché a quei tempi non v’era una piccola casetta dove andare ad abitare.
Un Venerdì ai primi di Settembre del 1960 ecco che arrivò il momento: incontrai la Signora Assunta Tavanti che era proprietaria di una casetta di campagna nei pressi della Pieve di Chio, che mi consegnò la chiave. Era una casetta priva di ogni servizio ma io ero contento lo stesso, a me bastava avesse avute un tetto per poter porre fine alla nostra storia di fidanzati, ero comunque incuriosito di vedere l’interno di quella casetta e quindi salii in bicicletta percorrendo circa otto chilometri di cui alcuni li feci anche a piedi in salita ed ecco che arrivai alla porta di casa molto stanco. Appena aprii la porta vedendo le cattive condizioni di come era la cucina e la camera, tutta la mia gioia svanì; mancavano anche le lampadine vi erano solo fili a ciondoloni sia in cucina che in camera. Rimanendo senza fiato mi dissi: "era io devo farmi coraggio e farmi da capo" e ritornai in paese comprare due lampadine, due spazzole, due scatole di tinta, una nera ed una gialla par le scarpe , poi comperai un martello, un succhiello, uno scalpello, chiodi e pialla, poi tornai a casa a portare la buona notizia alla mia fidanzata Iole che era a pascolare le pecore nelle colline della Montanina e così, da lì, partirono tutti i nostri progetti che da tanto tempo desideravamo.
Come primo mobile feci da me un piccolo tavolino con due banchine che ancora conservo come ricordo, poi comprai un mettitutto e un gasse, poi andai da un certo Golini e mi feci portare due cose di ogni cosa: due piatti, due bicchieri, due posate, insomma due cose di ogni cosa perché il denaro non c’era. Per quanto riguarda il riscaldamento andavo al bosco a prendere la legna perché era già arrivato l’inverno, ma prima di tutto questo io dovetti imbiancare tutta la casa e rimettere a posto anche la luce, così che quando andammo ad abitarci era tutto pronto un po’ alla meglio che io potei fare, anche perché non volevo che la Iole vedesse la casa disastrata come l’avevo vista io il primo giorno.
Così lei la vide solo il giorno del nostro matrimonio che avvenne il diciannove novembre del 1960 e, quindi, quando tutto era a posto decidemmo di farla finita anche perché s’era stanchi di incontrarsi raramente per ragioni anche che Loro erano contrari al nostro matrimonio, anche perché la Iole era una bella ragazza, molto intelligente e di buona famiglia, mentre io ero il penultimo di sei fratelli ed avevo poche cose da offrirgli ed ecco che anche per questo Loro erano contrari. Ma quando decidemmo di farla finita io, mia madre e mia nipote Vincenza andammo a casa della sposa e da lì tutti in gruppo a piedi andammo attraverso al bosco, s’era circa quindici persone un po’ sparpagliate verso la chiesetta tutti in silenzio come se s’andasse in cerca di funghi . Piano piano, un po’ alla volta arrivammo nella piazzetta della chiesetta di San Lorenzo, era Sabato circa alle ore dieci ora stabilita ed infatti il sacrestano era già pronto alla porta della chiesa per suonare le campane a festa per l’arrivo degli sposi. Ecco che ad un primo rintocco si stacco il batacchio dalla campana che ruzzola nel tetto e quindi il campanaro tirava, tirava ma la campana senza batacchio non suonava, a quel punto lo sposo (io) salì nel tetto e rilego il batacchio con un pezzo di filetto e così la campana ricominciò a suonare di nuovo a festa del matrimonio di Alberto e la Iole. Ora sta arrivando la vera commedia dei promessi sposi!

Suona , suona ma il prete non arriva perché doveva venire da Cantalena nel Comune di Cortona, ed allora arrivate le ore undici passate Nandino e Dante partirono a piedi alla volta della chiesa di Cantalena in cerca del prete. Dopo circa un ora di cammino a piedi arrivarono dove abitava il prete ed ecco che incontrano sua nipote alla porta di casa e loro gli raccontarono il fatto, ma la nipote del prete gli disse che il prete era andato al mercato a Cortona; fortuna che da poco avevano messo il telefono pubblico e così la nipote telefonò alle guardie municipali di Cortona spiegando il fatto accaduto: le guardie presero l’altoparlante cercando il prete nelle piazze di Cortona e quindi quando lui sentì rammentare il suo nome rammentò l’impegno stabilito e prese di volata la sua
moto Guzzi alla volta di San Lorenzo dove lo aspettavano in attesa del matrimonio. A circa tre chilometri dall’arrivo la moto Guzzi si fermò ed allora il prete proseguì a piedi arrivando alla chiesetta circa alle due del pomeriggio, marcio di sudore, porgendo tante scuse di una tale dimenticanza e male intesa. Pensate che la Iole dovette stare circa quattro ore in ginocchio in chiesa in attesa di potersi sposare piangendo! La cosa fù complicata dal fatto che a quel tempo non era ammesso dalla chiesa il matrimonio di pomeriggio e allora non si poteva sposare. E noi si doveva tornare la mattina dopo e così la favola dei promessi sposi doveva continuare come se nulla fosse accaduto nel passato ma a quel punto io mi impuntai dicendo che s’era stanchi di una tale commedia che era durata dodici anni e così chiesi che oggi doveva essere fatto tutto per porre fine a questa tragedia, così finita la messa per dire tutto quello che era successo prendemmo alla volta del pranzo nuziale fatto in casa. Alle ore due e mezza circa accadde che qualcuno del gruppo si lamentò dalla fame che poi dovette rosicchiare le castagne e qualche mela sparsa nel capannone e quando furono tutti a tavola nulla dicevano dell’accaduto e sembrava di essere a un funerale anziché ad un matrimonio!
Io e Iole con sett’otto persone si partì attraverso il bosco camminando circa un’ora a piedi alla volta di quella casetta tanto desiderata, appena arrivati c’era mia madre alla porta di casa pronta con una pannuccia in mano per metterla alla sposa come benvenuto in quella casetta. Appena dopo entriamo tutti dentro senza fare tanti commenti e trattenendosi poco tempo per l’arrivo di un temporale ed infatti andarono tutti via e noi si era rimasti soli e si spense la luce s si andò a dormire dalla stanchezza e dalla rabbia di tutto quello che si era sofferto durante la giornata; in più si spense la luce ancora prima perché, passato il temporale, dovevano arrivare alcuni amici e non c’era nulla da offrirgli ed ecco che noi spengemmo la luce per non fare brutta figura e purtroppo quando non c’erano denari capitava anche questo.
Quando entrammo sotto i lenzuoli ci avevano messo come riscaldamento uno scalpello e un martello ed erano state due amiche che poi avevano rimesso in ordine la camera. Quando erano anni di tanta miseria per tutti ed in specie per formare una famiglia senza denaro; pensate che i soldi per comprare l’anello e le scarpe da sposo me li aveva prestati il mio fratello Dante che poi la sera stessa gli restituì le sedicimila lire prese in prestito che si avevano fatte di mancia ed in tasca erano rimaste cinquanta lire che poi finirono nella borsa dell’elemosina della festa di Sant’Antonio alla Pieve di Chio. Però era rimasta intatta la cosa più preziosa: l’amore, che
ripagava di tutto quello che s’aveva sofferto fino a quel giorno. Dopo tre sere che s’era marito e moglie, come luna di miele andai a lavorare a mezzanotte al frantoio di Michele Giusti. A volte facevo diciotto o venti ore tutte una tirata e quando la sera partivo la Iole si alzava seduta sul letto o faceva la maglia o ricamava piangendo, anche perché era una casupola isolata, con porte scassate e lei aveva paura a starci da sola e quando io tornavo lei aveva ancora gli occhi rossi da quanto aveva pianto ma, passato l’inverno, le cose cambiarono anche per noi. S’inizio ad avere qualche soldo e così la nostra vita cambiò del tutto ed io iniziai a fare il muratore e lei, per gli animali, era un vero Sant’Antonio, basta pensare che una sera, tornando dal lavoro mi ritrovai in casa, accanto al focolare, in una scatola di cartone un neonato, ma non era un bambino: era un piccolo porcellino appena nato, femmina, che la Iole l’aveva riportato dai suoi e così al posto del bambino accanto al letto, in camera si teneva il piccolo porcellino. Dopo cinque anni nacque anche il bambino vero, mentre col piccolo porcellino via, via fu creata una famiglia di quattro scrofe e di seguito nacquero tanti porcellini che si vendevano prendendo buoni soldini.
Iniziammo così a prendere buoni soldi per vivere un po’ alla meglio ed a forza di tanto lavoro e sacrificio mettemmo da parte qualche soldo per compare la terra vicino al paese e dopo si pensò di fare una piccola casetta tutta nostra. Piano piano si iniziò a radunarci tanti sassi trasportati con un piccola apina girando traverso i boschi della montanina quasi sempre la Domenica sera e si riportavano a casa con l’ape a Gaggioleto dove si abitava ed io a tempo avanzo facevo le cantonate anche dopo il lavoro. Dopo aver fatto quaranta metri di cantonate iniziai a radunare tanti sassi con mia moglie Iole in quel terreno che si aveva comprato e quando tutto era pronto, sia il materiale, che il permesso, si decise di fare la casa tutta nostra. Mentre si costruiva la casa, sia io che la Iole non si credeva che dopo undici anni di matrimonio si fosse arrivati a questo con tanti sacrifici e tanto sudore partendo da zero come s’era partiti noi due in una casetta priva di ogni servizio quasi a piano terra con una camera senza finestra come carcerati. Io facevo il muratore e la Iole mi faceva da manovale, che manovale! Lei era una super donna per lavorare ed anche per tanti altri lavori !
Quando poi noi ci si abitava per un po’ di tempo non si credeva che la casa era tutta nostra; ma il destino fu così crudele che dopo pochi anni la Iole si ammalò di un male incurabile durato otto anni e così tutti i nostri sacrifici furono svaniti per sempre. Così ha voluto il nostro destino che era già segnato da tempo, così Lei il primo maggio del 1989 salì in cielo lasciandomi a me in questa terra a scoprire un nuovo mondo da solo: La pietra e la pittura. Grazie Iole di tutto quello che hai fatto per me, prima e dopo!
Arrivederci lassù, noi si che s’era due cuori ed una capanna!